Un racconto per te: Margherita

racconto Margherita

Attendo, come sempre, anche se oggi c’è qualcosa di diverso. Un’atmosfera vibrante mi pizzica la pelle. Sembra tutto più limpido, pulito, come se Dio avesse passato un panno sul vetro con cui guarda noi poveri mortali, togliendo lo sporco, le ragnatele e quella patina che a volte offusca l’esistenza.

Il primo giorno di primavera non può far miracoli, a volte l’ho persino detestato, ma stamattina sento palpabile la vita che si rinnova, che finalmente trova la sua forma.

Di solito aspettavo il martedì e poi il venerdì. Lui non lo sa che mi sedevo dall’altra parte della strada. Quando arrivava mi alzavo dalla panchina e mi nascondevo dietro la siepe di oleandro. Lo guardavo posteggiare davanti casa, aspettavo che salisse le scale e che entrasse nel portone. Solo allora mi rendevo conto di essere rimasta lì, immobile. Mi dicevo che magari la volta successiva avrei trovato il coraggio di attraversare la strada e di parlargli.

Chiudo gli occhi per scrollarmi di dosso questa sensazione di abbandono.

Nel labirinto di quattro tavoli, diciassette sedie e tre clienti, me compresa, il cameriere di questo desolante bar all’aperto deve aver perso la mia ordinazione.

Eccolo che torna con un sorrisino da ebete.

«Credevo che l’avessero rapita gli alieni» insinuo.

Lui non risponde, dall’espressione intuisco che non abbia apprezzato la mia battuta.

Sorseggiando un’acqua tonica, mi pareva di aver chiesto una spuma, fisso i piccioni. Anche loro aspettavano. I due clienti se ne sono andati e i pennuti si sono tuffati sugli avanzi. In quell’incredibile turbinio di ali c’è anche il cameriere che, con un vassoio, cerca di scacciarli. Io rido, lui mi odia.

Nell’attesa continuo a leggere il giornale, ah dimenticavo, oggi è martedì 21 marzo 2017 è un giorno speciale e non andrò davanti casa sua per vederlo.

Quando sono salita su questa vita, non credevo che un giorno avrei voluto scendere.

«Non è mica un treno» mi diceva Luca, «non puoi guardare dal finestrino e pensare adesso scendo qui. Devi almeno aspettare una stazione.»

«Perché mai?» Ribattevo. «Voglio fermarmi qui. Dove le immagini corrono veloci, dove i suoni si confondono. Voglio fermare un frammento di oggi.»

Lui mi guardava e rideva. «Non puoi.»

Io volevo scendere prima di essere impacchettata e timbrata. Non volevo essere uno dei tanti soldatini di piombo pronti a gettarsi nel fuoco. Ho tentato di essere come loro. Ho provato. Sarei stata salva. Dovevo essere uguale agli altri per non avere la sensazione di essere diversa. Ho provato a scendere alle fermate giuste, ma proprio non ce la facevo.

Luca l’avevo conosciuto in centro. A Genova se non trascorri la domenica pomeriggio a fare le vasche per via XX Settembre, non sei nessuno. Lo vidi e mi fermai. Le piramidi puntavano dritte verso il cielo, quasi a indicare una via. Più sopra, nell’oscurità dello sconosciuto, tre pianeti giacevano tra spruzzi di stelle. Sfumature calde e intense. Si dice così quando i colori ti prendono e gli occhi sono pieni di sole e di prati e di cieli che ancora non hai visto. Pensai alla primavera, al sole che nasce dietro a una nuvola rosa, alle rondini che portano il tradimento della speranza. Comprai un suo quadro per portarmi a casa quella sensazione di domani.

«Ti lascio il mio numero di telefono» mi disse, «se ne volessi un altro.»

Aveva le mani e il viso sporchi di colore. Inciampò nelle bombolette spray. Come si può dipingere con delle bombolette? Mi ci volle un po’, ma alla fine lo capii. Non è difficile. È un po’ come vivere, basta usare delle mascherine. Strati di colore sovrapposti.

A Luca non piacevo, neanche un po’. Ma era come se tra noi ci fosse un filo che ci girava intorno e si stringeva sempre di più. Litigavamo, sempre, ma non potevamo fare a meno di stare insieme. Mi odiava, demolivo la sua arte, la riducevo ai minimi termini. Ma per capire non si fa così? Per imparare, per scoprire come sono fatte le cose, non dobbiamo prima smontarle?

«Tu sai solo distruggere tutto» mi urlava.

«Se è vero che nulla si distrugge e tutto si trasforma, significa che a modo mio sto creando» ribattevo furiosa.

E creavo, creavo sul serio. Ricostruivo un’altra me stessa.

Luca viveva con una tizia. Io non la sopportavo. Lei era perfetta, una casa perfetta, genitori perfetti, una vita perfetta. L’unico neo in questo mondo perfetto era Luca. Daniela lavorava in banca, il pomeriggio andava in palestra, poi una passeggiata in centro con le amiche, una puntatina in rosticceria a prendere la cena e poi a casa.

Luca stava via tutto il giorno con le sue bombolette spray. Dipingeva. Per strada. E poi a malincuore vendeva i suoi quadri. Non ce n’era uno uguale all’altro. All’inizio sembravano simili, ma osservandoli notavi le differenze. Lui li sentiva come pezzi di sé messi in vendita. E ogni volta moriva un po’ dentro.

Una sera Daniela ebbe la malaugurata idea di invitare a cena gli amici di Luca e anche i suoi. Un disastro. Litigarono per due giorni e pensai che l’avrebbe sbattuto fuori di casa, ma non lo fece.

«È un artista» lo scusava Daniela.

Non mi dava fastidio cosa diceva, ma come. Piegava la testa di lato, lisciandosi i capelli neri. E poi Luca era bellissimo. Perfetto per la sua esistenza perfetta. Daniela sguazzava in quella vita come un’anatra nello stagno. Credo amasse la routine. Ogni giorno uguale al precedente, una frase uguale all’altra. Forse era solo per paura. Paura di ciò che non conosciamo, paura di vivere fuori dagli schemi. Lei si era creata un piccolo mondo e ci viveva benissimo.

Io la invidiamo. Non solo perché avesse Luca. Anche. Soprattutto perché era serena, niente perturbava la sua vita. Mitigava l’ansia, la paura, l’insicurezza, facendo le cose giuste.

«Perché non dovremmo sposarci e avere dei figli? Lo fanno tutti» chiedeva Daniela.

Luca non era della stessa idea, neppure sul lavoro erano d’accordo.

«Devi farti una posizione, è importante» incalzava lei.

Daniela non capiva. Prendeva il suo rifiuto come la prova del suo non amore. Così era entrata in terapia. New age. Fiori di Bach. Omeopatia. Pranoterapia. Chiropratica. Agopuntura.

Mi faceva pena, ma un po’ ci godevo, lo ammetto.

Luca era stanco. Non sopportava più le pressioni di Daniela, ma rimaneva lì, inchiodato, in quella casa, con quella donna.

Quando si prende, prima o poi dobbiamo anche ridare indietro. Luca questo non lo capiva. Lui prendeva.

A un certo punto Daniela fu stanca di dare. O più semplicemente, preferì fare i suoi scambi con un ingegnere.

Il cameriere mi passa accanto, poi si ferma. Torna indietro.

«Posso portarle qualcos’altro?»

Odio il modo con cui scruta le mie cose sparse sul tavolino.

«Sì, grazie, vorrei la spuma che avevo ordinato.»

Mi guarda un po’ assorto, poi ne va portandosi dietro la sua faccetta da topo.

A quel tempo andavo ancora all’università. Avevo molti amici. Molti ideali. Troppi. Mille progetti irrealizzabili. Volevo cambiare il mondo. La mentalità della gente. Odiavo chi aveva il potere, chi aveva brama di successo. Non sarò mai come loro, mi dicevo, non mi venderò.

Più credevo nei miei ideali e più amici perdevo. Affermavano che avevo ragione, e poi facevano tutte le cose che detestavo.

A volte Luca mi aspettava fuori dall’aula. Altre volte entrava. Non lo vedevo, ma sentivo che c’era. Con l’immaginazione gli vedevo scrollare la massa di capelli biondi. Qualche volta mi giravo e cercavo il suo sguardo. Un sorriso, un cenno della mano.

«Cosa hai imparato oggi?»

Sapevo che non gli interessavano le lezioni che seguivo, però ascoltava. Chiedeva. Io parlavo e lui ascoltava.

Era tornato a vivere con sua madre. Non era veramente sua madre. Quella vera, dopo pochi mesi che l’aveva dato alla luce, se l’era portata via un camion che non aveva rispettato la precedenza. Questa seconda scelta lo adorava e avrebbe fatto di tutto per vederlo felice.

Non so quando iniziò, ma mi ritrovai a comportarmi da innamorata. Sezionavo ogni piccola frase mi dicesse. Ogni sguardo. Ogni gesto. Ogni respiro.

Poi un giorno successe.

«Mia madre va via per due giorni» mi informò, «trova una scusa plausibile per i tuoi. Così stiamo un po’ insieme.»

In un batter d’occhio ero in strada verso casa di Luca.

Le sue spalle compatte e larghe, le ricordo bene. Mi aprì con indosso i pantaloni della tuta.

«Sono appena uscito dalla doccia. Entra.»

Una goccia iridescente, cadde dai suoi capelli.

Mi fece sedere. Non voleva aiuto. Lo guardavo, scalzo e a torso nudo, cucinare.

Si voltava e abbassando la testa, sorrideva.

«Non sei scomoda con quei jeans? Posso darti qualcosa io…»

Cenai con una sua maglietta indosso.

«Hai delle belle gambe» mi confidò, «dovresti metterle in mostra più spesso.»

Mia madre non capì mai perché dopo essere tornata da una gita studio, misi al bando i pantaloni.

Quella sera mi addormentai tra le sue braccia. Mi vestiva e mi spogliava. Con calma. Con tenerezza.

Mi accarezzava, ogni tanto gli sfuggiva un sorriso. Non dalle labbra, ma dagli occhi. E in quell’oceano avrei anche potuto affogare. Ma il futuro era lì, pronto a salvarmi.

E mentre i suoi capelli scivolavano tra le mie dita, lo guardai andare via.

«Non sono pronto. Non scendere dal treno. Aspettami. Tornerò a prenderti.»

A volte, sei lì che aspetti e non ti rendi conto che sta arrivando. La tua fisiologia cambia e tu continui a fare ciò che fai senza accorgertene. Incurvi le spalle, abbassi la testa. Lei è già lì che ti guarda e al secondo sospiro è già avvinghiata al tuo cuore. La malinconia. In una sera d’ottobre, mentre fuori piove. Ma potrebbe essere anche agosto, con il sole che invece di scaldarti ti avvelena l’anima.

E con un ricordo che non mi fa andare giù la spuma che il cameriere mi ha finalmente portato, continuo ad aspettare.

Mi sentivo tradita. Si era preso il mio corpo. La mia anima. Era andato via, semplicemente. C’erano solo vuoto e silenzio. Trascurai ogni cosa, lo studio, la famiglia, gli amici, gli ideali, niente aveva più senso. Niente.

Il passato era il dono più terribile. Vivevo di ieri senza rendermi conto di essere nel domani. Bruciavo l’oggi scrivendo poesie senza storia e ascoltando blues.

Al tavolo dove prima si sono esibiti i piccioni nella danza dell’abbondanza, ora si mettono in mostra due tipi un po’ schizzati. Quello con uno spillone da balia infilzato nel sopracciglio, ha lo sguardo dolce e spaurito come un cocker spaniel dal veterinario. Il cameriere gli si avvicina e prende l’ordinazione. In pochi secondi è già tornato. Non è giusto. A me le olive non le ha portate. Da piccola ne mangiavo tantissime. Dopo varie contorsioni, finalmente, riesco ad attirare la sua attenzione.

«Vorrei una valdostana e un bicchiere di acqua naturale.»

Gli sorrido senza mostrare i denti. Lui porta via il bicchiere della spuma facendo uno strano movimento con la testa. I tipi strambi mi scrutano e poi parlottano tra loro.

Ho smesso di aspettare la valdostana, anche se il bicchiere d’acqua non è ancora arrivato. Lei è lì, con i quattro angoli bruciacchiati rivolti verso l’alto che aspetta di essere mangiata. Io qui, che aspetto che si raffreddi. Stacco le parti bruciacchiate e le sbriciolo in terra. Prima ancora che la mia mente formuli l’idea di attirare in qualche modo i piccioni, eccoli. Circondata da becchi, zampe e ali, prendo un altro pezzo di valdostana e lo sbriciolo. Non è stata una buona idea.  E penso che il cameriere che si sta avvicinando con il mio bicchiere d’acqua, sia della mia stessa opinione. Almeno per una volta siamo d’accordo, probabilmente sarà anche l’ultima.

Alla fine i piccioni ed io, abbiamo finito la valdostana e insieme continuiamo ad aspettare.

I due tizi se ne sono andati lasciando una buona mancia al cameriere. Quando me ne andrò, io non gli lascerò un bel niente. Così impara a non portarmi le olive.

Al tavolino dietro al mio si è appena seduto un manichino. Vestito di tutto punto con una luccicante ventiquattrore. E con il cellulare sempre trillante. Il cameriere sembra rinato. Merito della lauta mancia che già si pregusta. Il manichino lo allontana a causa di una telefonata importante. Il cameriere non l’ha presa male. Se lo avessi fatto io mi avrebbe sbattuto il vassoio in testa.

Tra la stazione che mi vedeva lavorare come baby-sitter e quella come commessa, c’era stata una fermata non autorizzata. Ero scesa dal treno per dimostrare qualcosa.

Aveva un viso aperto, ma non era quello. La sua fisicità mi lasciava una strana sensazione. Non era bello, no. Non aveva la bellezza che ti fa voltare per strada. Aveva un fascino strano, silenzioso. Che ti prende al cuore e ti mette in soggezione. Ti stravolge la vita, ma soprattutto ti fa agire come non sei, a patto che davvero tu lo sappia come sei. Un giovedì lessi sulle offerte di lavoro che in una comunità di tossicodipendenti cercavano volontari. Era un annuncio come tanti, che avevo già letto da settimane, ma quel giorno, non so, c’era qualcosa di diverso…era primavera. Gli uccellini cantavano senza sosta, la gente non ti spintonava in autobus, un’aura di insana felicità mi aveva confuso la mente.

Credevo che fosse un volontario, come me, come altri. Ma non era così. Ridendo, le sue ciglia nere fremevano. Questo mi piaceva di lui. E quella sua dolcezza, e il suo modo di camminare e altre centomila cose. Lui però aveva i suoi amici, io ero fuori dal suo mondo. Io ero dall’altra parte della barricata, tra quelli che lo guardavano con compassione o disprezzo. Io ero tra quelli che, forse, non gli avrebbero dato la possibilità di tornate a vivere tra la gente. Dopo poche settimane capii che quel tipo di volontariato non faceva per me. E nemmeno Alessandro.

Da quando il manichino ha fatto capolino al bar, la mia attesa è più piacevole. Il cameriere continua a fare avanti e indietro. Con eleganza dribbla piccioni, tavolini e sedie, portando il vassoio pieno di prelibatezze. Il manichino assaggia un tramezzino e con aria disgustata lo ributta nel piatto. Il cameriere attento, accorre. Scusandosi, quasi inchinandosi, porta via il piatto. Mentre mi passa accanto, lo fermo.

«Mi può portare qualche salatino?»

Lui mi osserva e un sospetto mi balena in testa. Riciclerà il piatto che il manichino ha rifiutato? Sperando che non lo faccia, lo seguo con lo sguardo fin dentro al bar.

Aspettando mi rendo conto della dolcezza dell’attesa. Sorrido al cameriere. Lui mi scruta perplesso, poi scopre i suoi denti da topo e con gentilezza mi serve ciò che avevo ordinato.

«Buon appetito» mi augura.

I piccioni mi fanno compagnia. Alcuni si sono accoccolati ai miei piedi. Il cameriere esce con un piatto di plastica in mano e lo posa in un angolo della piazza. I piccioni partono in volo e si buttano sul piatto. Guardo il cameriere stupita, lui mi strizza l’occhio e rientra nel bar.

Finalmente lo vedo arrivare, i capelli corti, color del grano e quel sorriso aperto e sincero. Luca.

Io ero scesa più volte dal treno, ma alla fine ero risalita e lui l’avevo trovato lì, ad aspettarmi alla fermata giusta. Era bastato uno sguardo e c’eravamo ritrovati. Tutto era diventato semplice come un fiore che sboccia delicato sotto i raggi del sole.

Era tornato per me.

Si avvicina e mi porge un mazzolino di margherite.

«Lo so di essere in ritardo, ma non è stato facile trovarle. Le ho colte una a una per te.» E mi conquista con uno dei suoi sorrisi. Lo bacio e mentre si toglie gli occhiali da sole capisco quanto gli sia costato. È allergico ai fiori.

«Ora ti porto in un posto speciale» ride voltandosi da una parte,

« così potrò darti il regalo.»

Vorrei dirgli che il miglior regalo è lui e lo sarà per sempre. Ma attendo l’attimo perfetto. Poi lo guardo e sento la dolcezza che c’è tra noi.

«Sei tutto ciò che mi serve» sussurro tra le sue braccia.

Lascio al cameriere cinque euro di mancia. Luca mi scruta.

«È una lunga storia…» e scoppio a ridere.

Oggi è martedì 21 marzo, oggi è primavera, oggi è il mio compleanno. Io mi chiamo Margherita e non devo più aspettare di essere felice.

 

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