Come arrivare dal punto A al punto B senza uccidere il gatto

La vita è in continua evoluzione, lo sono le nostre cellule, il nostro corpo, i nostri pensieri, ciò in cui crediamo, perché non dovrebbero esserlo le nostre storie?

Troppo spesso mi occupo dell’editing di racconti o romanzi di aspiranti scrittori che partono dal punto A e arrivano… a niente. Elucubrazioni mentali senza una strada da percorrere. Il lettore vuole essere portato in viaggio, camminare a fianco dello scrittore e farsi raccontare una storia emozionante e, quando la storia finisce, trovarsi da un’altra parte, non certo nello stesso luogo della partenza.

Il protagonista di una storia deve essere cambiato alla fine della stessa, e non ha importanza se è diventato peggiore piuttosto che migliore. Può esserci da parte dello scrittore la scelta di una involuzione del protagonista, o anche della staticità, ma dopo i vari accadimenti da far gustare al lettore, i personaggi alla fine della storia devono aver subito un cambiamento, può essere anche piccolo come un profumo diverso nell’aria, ma deve esserci.

Ti lascio un mio brevissimo racconto. Lo pubblicai un po’ di tempo fa sulla mia pagina Facebook scrittrice. In tanti mi contattarono in privato pensando mi fosse capitato davvero e che erano dispiaciuti per la mia relazione, e che il gatto mi avrebbe cambiato la vita. Ho trascorso giorni a spiegare che era solo un racconto, poi ho lasciato perdere.

Le persone si sono immedesimate provando empatia per quello che ho scritto. Questo deve essere il tuo scopo se vuoi diventare uno scrittore. Far provare emozioni. Positive e anche negative. Lascia perdere i paroloni per colpire, le frasi fatte che suonano sempre bene. Scrivi come parli, con semplicità. E la strada migliore per arrivare al cuore dei lettori.

Ecco il mio mini racconto:

UNA GIORNATA NO…O FORSE…
Quella mattina mi ero svegliata con la sensazione di avere un rinoceronte sulla bocca, in bagno avevo scoperto che l’herpes labiale aveva deciso di farmi visita giusto nella giornata più importante della mia vita. Il mio fidanzato mi doveva parlare, ero certa che mi avrebbe proposto di convivere. Nel tentativo di mascherarlo con il trucco, avevo perso tempo ed ero in maledettissimo ritardo. Nello specchietto retrovisore dell’auto mi ero resa conto di aver messo troppo fondotinta e mentre con un fazzoletto tentavo di sistemarlo e con l’altra mano cercavo di accendere l’auto, togliere il freno a mano, mettere la retromarcia e trovare una stazione radio decente, ecco che il tacco si incastra nel tappetino. L’auto scivola indietro con un sussulto e passo sopra al gatto dei vicini che nel frattempo, non si sa per quale congiunzione astrale, sono tutti e quattro affacciati alla finestra.
E questi sono solo i primi trenta minuti della mia giornata no. Il resto è condito dal collega di turno che cerca di fregarmi, dalla mamma che mi chiama nel momento meno adatto rinfacciandomi che a lei non penso mai, dall’amica che mi dà buca quando proprio avevo bisogno di parlare con lei e dal mio lui che rende la giornata no la più triste della mia vita… lasciandomi.
Ora direte voi: succede… Vero, succede. Viviamo di giornate no, nell’attesa di quei momenti fantastici, che capitano raramente, per i quali il mondo è un bel posto dove vivere. Ma quando le giornate no si susseguono inesorabili? E il nostro umore si trasforma in uno sconfinato buco nero e vorremmo mandare tutti al diavolo? A questo punto qualcun altro direbbe: devi vedere il bicchiere mezzo pieno…
Io su questa storia del bicchiere ho riflettuto a lungo. Mezzo pieno, allora sono ottimista, o mezzo vuoto, allora sono pessimista. Ma se invece ci fosse una terza opzione? Dobbiamo solo smettere di guardare le cose come ce le insegnano e imparare a vedere in modo nuovo. In quel caso capitò poggiando la testa sul tavolo disperandomi perché invece che mezzo bicchiere d’acqua mi sarebbe andato un intero bicchiere di coca cola. Così l’ho vista. Una riga sottile, che divideva il bicchiere nella sua larghezza, ma in verticale. Ho buttato l’acqua e sono andata a comprarmi una bottiglia di coca e pure una di aranciata.
A proposito, dopo vari viaggi dal veterinario e la modica spesa di 350 euro, il gatto ha deciso di sopravvivere. È rimasto sciancato e gli hanno dovuto tagliare la coda. A quel punto la bambina dei miei vicini non l’ha più voluto e si è fatta regalare un coniglietto nano per il compleanno. Lo sciancato senza coda me lo sono aggiudicata io, anche perché non c’era la fila davanti casa per averlo. La mamma della piccola, in un gesto di cortese generosità, mi ha restituito metà parcella del veterinario. Il gatto poteva morire, per me sarebbe stato il bicchiere mezzo pieno perché dopo le mie sentitissime condoglianze avrei avuto 350 euro in più nel portafogli. Oppure poteva vivere, in quel momento avrei visto il bicchiere mezzo vuoto per i 350 euro da dare al veterinario. Invece la linea sottile dell’acqua si era posizionata in verticale: 175 euro in meno e un gatto in più.
Alla fine però Mezzo, questo è il nome che gli ho dato, si è rivelato la miglior disgrazia che potesse capitarmi 

Questi nella foto sotto sono i miei tesori durante una passeggiata in pineta: la bau Scorza, la miao siamese Blu e la miao Trilly detta anche Kitty Cat o “se ti trovo poi lo vedi cosa ti faccio” quando si nasconde in soffitta e non posso richiudere la scala per ore.

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6 pensieri riguardo “Come arrivare dal punto A al punto B senza uccidere il gatto

  1. Al tuo posto avrei comprato una bottiglia di vino, ma fa lo stesso. Mi è piaciuto questo breve racconto. E se ti capita un altro gatto sciancato dimmelo, che lo sto cercando 🙂

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