Sarebbe straordinario capirsi come Scorza e il capriolo

Il modo giusto e il modo sbagliato di comunicare quando scriviamo.

Ogni mattina porto Scorza a fare una passeggiata nei boschi. Se abbiamo fortuna incontriamo le creature che lo abitano: un paio di scoiattoli, in questo periodo i ghiri, tante ghiandaie che lei odia e un giorno vi racconterò perché, e il suo amico capriolo. Stamani è successa una cosa che mi ha fatto riflettere sulla comunicazione.

Stavamo risalendo la via che porta a una pineta e dopo la curva Scorza si è fermata annusando l’aria. In silenzio abbiamo avanzato di qualche metro finché si è aperta davanti a noi la radura con alti pini. Non l’ho scorto subito, ma notando Scorza irrigidirsi, ho allungato lo sguardo lungo il sentiero. Il capriolo era fermo, si stagliava di fianco, annusava a terra. Entrambe immobili, l’abbiamo osservato alzare piano la testa e voltarla verso di noi. Eravamo vicini, molto vicini rispetto al solito.

Scorza ha azzardato un paio di passi. Io l’ho seguita calpestando un rametto che ha fatto uno schiocco netto. Pensavo che il capriolo scappasse, ma è rimasto lì, come ipnotizzato dalla nostra presenza. L’odore della resina dei pini permeava l’aria mentre l’alba stentava ad arrivare lasciandoci il profumo fresco della notte ancora per un po’. Guardavo il capriolo e poi Scorza, sicura che da un momento all’altro sarebbero scattati. Piccoli suoni arrivavano dal campo delle api oltre la barriera degli alberi, gli uccellini festeggiavano con gorgoglii e fischi l’arrivo di una nuova giornata di sole. Ho spostato lo sguardo sulle felci alte che mi sfioravano le ginocchia e poi su loro due. Nello stesso istante il capriolo con balzi regolari e morbidi si è allontanato verso la cima della pineta e Scorza gli è corsa dietro. Ogni tre, quattro salti il capriolo si fermava ad aspettarla, quando lei arrivava abbastanza vicina, lui si allontanava ancora un po’ per aspettarla di nuovo.

Fanno questo gioco ogni volta, finché Scorza si stanca e torna da me. Non ama faticare a lungo. Dopo l’accarezzo, ha il pelo ruvido come setole anche se il sottopelo è fine e morbido. Lei riconoscente mi lecca inumidendomi la mano. Le dico: “Brava la mia cacciatrice!” E lei continua ad annusare a terra e a guardarsi attorno tutta soddisfatta.

Come capisce Scorza il momento esatto in cui il capriolo scapperà? E il capriolo come fa a sapere che Scorza partirà in quell’istante al suo inseguimento?

Comunicazione non verbale. 

Noi, come gli animali, comunichiamo sempre, anche quando non vorremmo, anche quando siamo zitti. Il nostro corpo comunica sempre, anche quando dorme. 

Cosa c’entra questo con la scrittura ti chiederai?

Ora ti svelerò qualcosa di veramente importante. L’errore più comune che facciamo quando comunichiamo con qualcuno è utilizzare le nostre parole e non le sue. Usiamo tre modalità di comunicazione: visiva, uditiva e cinestesica. Io sono prettamente visiva, mi piace raccontare o scrivere per immagini. Ricordo per immagini. E se parlo nella mia modalità con una persona uditiva, il più delle volte, anche avendo la stessa visione sull’argomento, siamo poco in sintonia e spesso non ci capiamo.

Quando scriviamo per farci leggere, a qualunque modalità apparteniamo, dobbiamo sforzarci di metterle tutte e tre. Quindi oltre alle immagini per i visivi, aggiungiamo i suoni per gli uditivi, gli odori, il tatto e il gusto per i cinestesici. Questo perché sia nella comunicazione verbale che in quella scritta dobbiamo parlare e scrivere nella modalità degli altri perché sia funzionale.

Scrivere è comunicare con le parole del lettore. 

Rileggete qualcosa che avete scritto e scoprite se avete usato tutte e tre le modalità. Nel raccontarvi di Scorza io le ho usate.

Nella foto: Scorza durante la pausa di un trekking perché il sentiero era bloccato da una ventina di mucche enormi e con corna gigantesche, ma questa è un’altra storia…

 

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